Almalivre, locanda per anime

Molti di voi sanno che se non scrivo (visto che a volte non posso nemmeno parlare), potrei esplodere come una supernova, o implodere come una nana bianca. Ed è chiaro che – per una certa riservatezza e per la gelosia di ciò che sono e che sento veramente – quando scrivo devo esser presa molto fra le righe. Senza nomi, senza contestualizzazioni, in una scrittura a tratti ermetica, surrealista, cubista… centellino certe passioni interiori con severa avarizia emozionale. Lo devo fare.

C’è però qualcosa, dentro di me, che mi spinge a scrivere anche più di così. Sempre, in maniera indefessa. Scrivo in privato, scrivo su Internet, scrivo dovunque mi si prospetti l’occasione, scrivo alle persone, scrivo di pensieri ai pensieri, nel mezzo della notte, o seduta su una panchina, sulla spiaggia, su un gradino o in un bar. In privato – ovviamente – scrivo molto di più, e in termini molto meno castigati (perché, come dico sempre, la scrittura è un atto sessuale, cioè naturale)…
Ma la penna e la tastiera sono il mio respiro e i miei amici più fidati, credetemi. I saggi dicono che due cose fanno davvero bene: camminare pensando (o pensare camminando) e mettere su carta le proprie emozioni (per esorcizzarle e liberarsi di quelle più ambigue). Disegnando, camminando e scrivendo, io mi libero di me. Libero me e la mia anima.
Se mi volete bene, se mi stimate, se siete curiosi, se mi trovate simpatica o bizzarra o interessante, e se vi va di confrontarvi… io sono qua, in questa specie di “Caffé Esistenziale” che è il mio nido di vipera.
Vi aspetto e vi bacio!
Paola

Intangível mas não inquebrável

Ho disobbedito tutta la vita…

Ho disobbedito sempre, e me ne rendo conto solo adesso. Facendo quel che volevo, amando chi volevo. L’unico mio limite è sempre stato uno: l’invincibile volontà di non ferire chi mi voleva bene, coloro ai quali volevo bene. Ho disobbedito. In silenzio, ostinatamente, immune ai condizionamenti. Per me non è esistito contagio: influenze zero. Mi sono integrata quando desideravo farlo, mi sono estraniata quasi sempre. Ho sorriso e a volte ho digrignato i denti. Ho sofferto per ciò che ho fatto e detto e lasciato accadere… Non ho mai cercato d’impressionare, mai. Non ho cercato mai di piacere. Sono stata me stessa fino in fondo, e perfino la trasparenza o l’invisibilità sono state mie scelte. Forse tutto ciò, tutta l’ostinazione, è esattamente ciò che voglio proteggere. Affinché sia per sempre.

« Ogni tanto cado e non ci sei », mi disse un giorno il cielo contrariato.

Pau

La Grande Dea

«La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile.» (C. G. Jung)

In un lasso di tempo che, nebulosamente, affonda le sue radici sul finire della preistoria e sfiora gli esordi dell’antichità classica, pare che tutti gli sforzi religiosi dell’uomo siano confluiti su un’unica figura, titanica e possente. Siamo nel cuore della protostoria, in un periodo che gradualmente vide la nascita delle grandi civiltà. La mediotarda età della Pietra e l’età dei Metalli furono caratterizzati, pare, da un culto proto-religioso e quindi religioso nel senso stretto del termine, piuttosto uniforme anche se articolato. Una potente divinità femminile, rappresentante l’indomabile e indispensabile forza della Natura e della crescita, dominava sul mondo. Le popolazioni veneravano la madre di cui si ritenevano figlie, ed essa era la Natura, il Femminile, l’Invitta maternità. Quell’antica dèa, presto adeguatasi al patrilinearismo dei popoli indoeuropei, lasciò profonde impronte in tutte le figure femminili (divinità, ninfe, maghe) delle mitologie più tarde e tra loro remote. I suoi caratteri rimasero quasi intatti in alcuni enti femminili antichi e misteriosi, non per nulla inglobati nei pantheon antichi nella loro interezza, come se scinderne le diverse virtù fosse decisamente arduo: esempi di queste integrazioni furono l’anatolica Cibele, Demetra, la sumerica Belili, Cotis, Leucotea, Danae, Gea, Albina, Alphito, Cardea, l’indiana Durga e molte altre. Secondo Robert Graves, questa grande divinità preistorica, triplice e bianca come la luna (la luna ha probabilmente sempre rappresentato la natura e la sua fecondità), incarnò la destinataria e il primo impulso alla poesia, la quale è sempre stata intrecciata al mito e al culto.

“Io sono colei che è la madre naturale di tutte le cose, signora e reggitrice di tutti gli elementi, la progenie iniziale dei mondi, il culmine dei poteri divini, regina di tutti coloro che popolano gli inferi, prima di quelli che affollano il cielo, unica manifestazione sotto una sola forma di tutti gli dei e dee.
Per mio volere si dispongono i pianeti in cielo, le salubri brezze marine e i lamentosi silenzi infernali.
Il mio nome, la mia divinità sono adorati dovunque nel mondo, in diversi modi, con svariate usanze e con molti epiteti.
I Frigi, che sono i primi di tutti gli uomini, mi chiamano la Madre degli Dei a Pessinunte;
gli Ateniesi sorti dal loro stesso suolo, Minerva Cecropia;
gli abitanti di Cipro, circondati dal mare, Venere Pafia;
i Cretesi che portano frecce, Diana Dittinna;
i Siciliani che parlano tre lingue, Proserpina Stigma;
gli Eleusini, la loro antica dea Cerere;
alcuni Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri Ramnusia;
e principalmente le due stirpi degli Etiopi, che risiedono in Oriente e sono illuminati dai raggi del sole nascente, e degli Egiziani, che eccellono in ogni tipo di dottrina antica e che con le loro giuste cerimonie sono soliti adorarmi, mi chiamano con il mio vero nome, Iside Regina.
Ecco, io sono giunta per avere pietà della tua sorte tribolata; ecco, sono qui presente per favorirti e aiutarti; cessa i lamenti e le lacrime, scaccia ogni tuo cruccio, guarda il salutare giorno decretato dalla mia provvidenza.”

(Apuleio, L’asino d’oro)


Abbaia, pecora

Certi luoghi “sopra le righe” si raggiungono d’un lampo, davvero.

Vi siete chiesti mai perché il nocciolo duro del conformismo venga dalle scuole d’Arte, dai centri sociali, dai grandi raduni urlanti libertà? Avete mai creduto che l’anima più svincolata si rintani nel silenzio di luoghi invisibili? La psiche si scardina dall’apparenza e insegue l’archetipo (se è robusta), senza vanto e senza chiasso. Il suo è istinto naturale alla conservazione. Tutto il resto è zoo.

Perché il desiderio di apparire sani, intelligenti e liberi sconfina troppo facilmente nella moda. Perché il bisogno di sostenerlo (l’anticonformismo), di ribadirlo, trasuda insicurezza. Perché i gruppi si formano e si pascono nell’imitazione, mentre l’arte è qualcosa di così ineffabile da non poter essere insegnata. Perché la libertà, anch’essa, non s’insegna, e la ribellione non si sfoggia. L’essere non si plasma dal nulla, né s’improvvisa: una corazza colorata o acuminata può tradire uno spirito ingrigito e un cuore sciatto. Vedi fuochi di rabbia e selvatichezza nel volto dimesso di vecchi timorati, di bambini timidi, di gente visivamente opaca e sempre abbastanza tacita. Vedi teste viola e piercing, cocaina, ideali e tatuaggi, spuntare nelle famiglie del benessere, del comfort e dello spreco. Luccicare sui corpi di ragazzine e ragazzini senza più crescita possibile, mentre scambiano il cattivo gusto per unicità di stile e d’intenti. Vedi autoproclamatisi ribelli in un’ovatta d’iperprotezione e spalle coperte. Capelli tagliati a colpi d’accetta e post-modernismo, abiti che strillano e pelle banalmente oltraggiosa; menomazioni prive di rituale, body art senza meditazione e senza iniziazione. Vedi cuori viziati sbandierare sprezzo, intelligenze medie vantare autonomia. Vedi sterminati eserciti ascoltare Vasco Rossi o Kurt Cobain e incoronarli re della rivolta (sì, per me tra i due non vi è differenza). Vedi visioni alternative ma pensate, troppo pensate… costruite e scartavetrate. Vedi bistrattato il sentire primitivo, animale, autentico. Ne sei imbarazzato, da tutto il piattume degli illuminati in perenne ombra.
Ma se sei fortunato vedi gente, a volte, inseguire la libertà scongiurando le finte dannazioni, le false emancipazioni, le tristissime limature d’immagine. 
Allora ti viene da sorridergli, perché sono graziosi, troppo graziosi, e chiamarli col nome che meglio li incornicia: Felici Pochi…
(Pau)

Imbarazzanti bellezze

Per i più aridi nient’altro che una vecchia bislacca e sopra le righe, sempre ingioiellata, sempre con la sigaretta in vista. Per altri racchiude qualcosa della santa e della dèa.

In vita se la scordarono, l’abbandonarono a se stessa, al suo inferno, che lei accolse nonostante il dolore. Quasi con gratitudine. Molte persone decisamente belle finiscono così – dimenticate – ed è la tragedia più triste del mondo perché la grazia non andrebbe mai ferita.

Ma il loro bel ricordo si ricompone e resta, mette profonde radici, non smettendo di crescere e di fiorire, non abdicando alla vita. La loro bellezza è imbarazzante: svergogna e acceca.

Le belle persone non avvizziscono mai.

© Pau

Sporchi dentro?

La gente dal borsello pieno non ha alibi. In piena luce, che è poi la luce del benessere, l’ombra si fa più nera. L’ignoranza, il cattivo gusto, l’animo ottuso, in gente del genere si fanno più stridenti e inaccettabili. Chi ha denaro dovrebbe anche aver tempo di migliorarsi, oltre quello di atteggiarsi; anzi la priorità di farlo, perché l’oro copre tutto tranne la sporcizia, tranne il misfatto quotidiano, e abbaglia solo gli spiriti poco raffinati e poco vigili. Alla miseria morale il denaro non pone rimedio.

Pau

Impiedade

Tutti timorati, ipersensibili, sciropposi, e poi il primo sport nazionale è fottere gli altri. Ora spiegatemi perché la diserzione e il delirio non sarebbero la via migliore. Ho conosciuto gente che ha pianto miseria sentimentale dopo aver usato e calpestato qualcun altro. Ho visto donne vestirsi di rosa dopo aver lanciato strali e aver proliferato nel nulla morale. Ho visto uomini piagnucolare per delle megere o delle cretine, e ringhiare o infierire contro tutto il genere femminile che resta. Ho visto immense creature risplendere nel silenzio ed emeriti imbecilli sviolinare al cospetto di se stessi. Ho visto persone scambiare modi affettati per un cuore puro, e anime pulite per esistenze senza sale. Ho conosciuto ipocrisie, vizi, codardie. Ho conosciuto commerci spudorati, subdoli ricatti, decisioni prese per comodità e sentimenti chiamati coi nomi sbagliati. Ho ascoltato falsità indimostrabili e giustificazioni ingiustificabili.  Chiamano stupidità l’amore, e amore il baratto. Poi gioia l’aridità, e devozione la prigionia. Chiamano sorriso lo strepitìo moderno e ozio lo stare a guardare attentamente. Chiamano notte il sole, e luna un pezzo di vetro. Chiamano degno il profittatore, il galoppatore, la faccia di bronzo del successo, e vuoto a perdere il poeta, che ama e che mette al mondo il mondo.

Chiamano me, da lontano, e io non mi volto. Perciò vedete, tra la mia schiena e il mio petto, la mia spina dorsale che sfavilla.  Folgoratevi pure, se vi va.

(Pau)

Via dei Felici Pochi, 04032012 Paradiso

L’essere umano è fatto di mistero, di nebbia: non l’acchiappi. L’anima è intrasmissibile e irraggiungibile e insormontabile. Siamo imprigionati e belli. Una tempesta solare mi taglia il respiro, ma i pesci sono più fortunati.

(Ah, Lucio… facevi bene a tirarti fuori da tutto questo chiasso. Ciao, dal luogo degli Infelici Molti a uno dei Felici Pochi.)Com'è profondo il mare

“Ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti. Siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare…
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare
Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare.
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare
È inutile: non c’è più lavoro, non c’è più decoro. Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare.
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare
Con la forza di un ricatto l’uomo diventò qualcuno, resuscitò anche i morti, spalancò prigioni, bloccò sei treni con relativi vagoni, innalzò per un attimo il povero ad un ruolo difficile da mantenere, poi lo lasciò cadere, a piangere e a urlare solo in mezzo al mare, com’è profondo il mare…
Poi da solo l’urlo diventò un tamburo, e il povero come un lampo nel cielo sicuro cominciò una guerra per conquistare quello scherzo di terra che il suo grande cuore doveva coltivare.
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare.
Ma la terra gli fu portata via, compresa quella rimasta addosso. Fu scaraventato
in un palazzo, in un fosso, non ricordo bene. Poi una storia di catene, bastonate e chirurgia sperimentale.
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare
Intanto un mistico, forse un aviatore, inventò la commozione e rimise d’accordo tutti, i belli con i brutti, con qualche danno per i brutti ce si videro consegnare
un pezzo di specchio così da potersi guardare.
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare
Frattanto i pesci dai quali discendiamo tutti assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrar cattivo. E cominciarono a pensare nel loro grande mare: “Com’è profondo il mare…”
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare
È chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce, anzi un pesce. E come pesce è difficile da bloccare perchè lo protegge il mare.
Com’è profondo il mare
Certo, chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche; il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare, così stanno piegando il mare.”
(Lucio Dalla, 1977)

Numi bifronti

“Per amare una donna, il compagno deve amarne anche la natura non addomesticata. Se si prende un compagno che non può e non vuole amare questo lato, sicuramente sarà in qualche modo demolita e lasciata a vagare zoppicante e a pezzi. [...] È un atto di grandissimo amore lasciarsi appassionare dall’altrui anima selvaggia, che si provi o no timore. In un mondo in cui gli esseri umani hanno tanta paura di «perdere», sono troppe le mura protettive contro il dissolvimento nella numinosità di un’altra anima umana. Il compagno della Donna Selvaggia è quello dotato di tenacia e resistenza, che sa inviare la sua natura istintuale a sbirciare sotto la tenda della vita-anima della donna e comprendere quel che vede e ode. Il buon compagno è quello che continua a tornare per capire, e non si lascia trattenere da quanto gli capita di vedere lungo la via. Il compito selvaggio dell’uomo è dunque quello di trovare i suoi veri nomi, e non di abusare di quella conoscenza per impadronirsi di lei, ma piuttosto di apprendere e comprendere la sostanza numinosa di cui è fatta, e lasciare che ricada su di lui, lo sorprenda, lo traumatizzi, persino lo frequenti come un fantasma. E resti con quella sostanza. E canti i nomi di lei. Le farà brillare gli occhi. E farà brillare i suoi propri occhi.”

(Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi)